La violenza in ambito sanitario

violenza negli ospedali

C’è un momento in cui il confine tra la cura e la paura si fa sottile. È il momento in cui un operatore sanitario, nel bel mezzo del suo turno, si ritrova davanti a un paziente agitato, a un familiare esasperato, a una parola di troppo che si trasforma in minaccia, a una mano che scatta prima della ragione. La violenza in ambito sanitario non è solo un problema di sicurezza: è un fenomeno che parla di una società in crisi, di un sistema sotto pressione, di un’umanità che, nel luogo deputato alla cura, talvolta smarrisce sé stessa.

Cosa si intende per violenza in ambito sanitario?

La violenza in sanità comprende qualsiasi atto di aggressione fisica, verbale o psicologica ai danni di operatori sanitari, medici, infermieri, OSS e personale amministrativo. Non si limita ai pugni e agli schiaffi: è la minaccia sussurrata nei corridoi, è l’insulto gridato con rabbia, è il disprezzo negli occhi di chi, invece, dovrebbe cercare aiuto.

La violenza può essere diretta – con aggressioni esplicite – o indiretta, quando si manifesta con atteggiamenti intimidatori, minacce costanti, umiliazioni e svalutazione del lavoro di chi ogni giorno sceglie di prendersi cura degli altri.

Violenza in ambito sanitario

La forma di violenza più comune: quella che non si vede

La prima immagine che ci viene in mente, non è forse un infermiere colpito da un pugno da parte di un paziente? La forma più diffusa è spesso meno visibile: la verbale e psicologica.

Minacce, insulti, urla, ricatti emotivi: queste forme di abuso logorano giorno dopo giorno, svuotano l’anima, minano la motivazione di chi lavora in corsia o in ambulatorio. Il peso della responsabilità si somma a quello dell’ostilità, fino a rendere il lavoro un campo di battaglia invece che un luogo di cura.

Quando si può parlare di violenza?

Non bisogna aspettare un pugno per riconoscerla. Ogni volta che un operatore sanitario viene aggredito, offeso, minacciato o umiliato nel suo ambiente di lavoro.

Se un medico viene insultato per un’attesa troppo lunga, è violenza.
Se un infermiere subisce pressioni emotive e ricatti da un familiare esasperato, è violenza.
Se un OSS viene minacciato perché ha rispettato un protocollo, è violenza.

Ogni volta che un operatore sanitario si sente costretto a lavorare con la paura addosso, qualcosa si è rotto. E ignorarlo non è più un’opzione.

Ecco il riferimento di approfondimento della campagna sponsorizzata dal ministero.

I comportamenti a rischio

Ci sono situazioni che aumentano il rischio di episodi violenti:

Lunghe attese → la frustrazione di pazienti e familiari può trasformarsi in aggressività.

Condizioni critiche → il dolore e la paura possono scatenare reazioni impulsive.

Turni massacranti e carenza di personale → un sistema sotto stress genera tensioni, sia tra operatori che con l’utenza.

Mancanza di consapevolezza → spesso i pazienti e i loro familiari non comprendono i limiti del personale sanitario, scambiando il senso di frustrazione per negligenza.

La violenza non è mai “parte del lavoro”

Per troppo tempo si è pensato che la violenza in sanità fosse un effetto collaterale inevitabile, quasi un rischio professionale da accettare in silenzio. Ma non può e non deve essere così. Nessun medico, infermiere o OSS dovrebbe avere paura di svolgere il proprio lavoro.

Serve una presa di coscienza collettiva. Servono protocolli chiari, strumenti di prevenzione, supporto psicologico per chi subisce violenza. Ma soprattutto, serve rispetto.

Rispetto per chi, ogni giorno, sceglie di dedicare la propria vita alla cura degli altri. Anche quando il prezzo da pagare è troppo alto.

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